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Il dono dell'ignoto

Ero in macchina. Stavo guidando. Non ricordo dove stessi andando di preciso.  Mentre guido mi faccio parecchie domande.  Tra le tante, quella che mi ha fatto riflettere è stata: "Se sapessi che il mio prossimo romanzo verrà letto da appena cento persone, lo scriverei comunque?"  Non ho risposto subito. Poi ho tratto la seguente conclusione: Il fatto che l'uomo non possa prevedere il futuro è un dono. Non il contrario. Se sapessi con certezza che il romanzo sarà letto da cento persone, potrei anche decidere di non scriverlo. Se sapessi con certezza che venderà un milione di copie, rischierei di scriverlo per il motivo sbagliato. Il fatto che io non possa conoscere il futuro mi lascia una sola cosa: la possibilità . Ogni pagina che scrivo è una scommessa contro l'ignoto. E, in fondo, è proprio così che funziona la narrativa. Un personaggio parte per un viaggio perché non sa come finirà. Se conoscesse già ogni risposta, non esisterebbe alcuna storia. Se Tolkien avesse ri...

Vulnerabile

Vulnerabile sei,

quando il mondo bussa 

e tu senza chiedere, 

apri la porta.


La sensibilità,

nell'attimo,

ti veste la pelle,

e avverti sul viso

la prima goccia d’acqua,

prima che cominci a piovere.

Prima che diviene tempesta.


Ti bagna,

ti investe,

ti avvolge

senza riparo.


Come naufraga,

ti trovi immersa

nel mare della vita.


Comprendi quindi 

che sei viva,

poiché senti,

perché vibri.


Solamente dopo,

quando si desta il tuo buio,

richiudi la porta

e domani, forse, la aprirai.

Di nuovo.

Magari.



Vulnerabilità come condizione umana

La filosofia ha spesso visto la vulnerabilità non come un difetto, ma come la cifra essenziale dell’esistenza.  

- Heidegger parlava dell’“essere-gettato” nel mondo: non scegliamo le condizioni di partenza, siamo esposti.  

- Levinas sottolineava che l’apertura all’altro nasce proprio dalla nostra fragilità: il volto dell’altro ci interpella, ci rende responsabili.  

- Simone Weil vedeva nella vulnerabilità la possibilità di grazia: solo chi è indifeso può davvero accogliere.  

L’apertura come atto di coraggio

Aprire la porta significa accettare il rischio. La pioggia che ci investe è la vita stessa, con la sua imprevedibilità. Non possiamo controllarla, ma possiamo scegliere di non chiuderci. La vulnerabilità diventa allora coraggio dell’esposizione: un atto che ci rende vivi, perché ci permette di sentire.  

La dialettica tra apertura e chiusura

Il gesto finale — richiudere la porta — non è una negazione, ma un ritmo. La vita alterna momenti di esposizione e momenti di protezione. La filosofia stoica, ad esempio, insegnava a coltivare la propria interiorità come rifugio, ma senza rinunciare al contatto con il mondo. È in questa oscillazione che si costruisce la nostra libertà: scegliere quando aprire e quando custodire.  

Essere vivi significa essere vulnerabili

Questa poesia suggerisce che la vera vitalità non sta nella difesa, ma nella disponibilità a lasciarsi toccare. La vulnerabilità non è debolezza, ma condizione di possibilità dell’esperienza. Senza di essa, non ci sarebbe né gioia né dolore, né incontro né trasformazione.  

La vulnerabilità è la porta che ci collega al mondo. Non possiamo aprirla sempre, ma ogni volta che lo facciamo, ci ricordiamo che siamo vivi. 





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