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La Notte rotta

  Cronache del Ciclo Perduto — Frammento I Ciclo cosmico: 125   L’universo era giunto al termine del suo centoventicinquesimo ciclo. Il cielo non si spezzava mai. Eppure cedeva, ancora. L’ultimo strappo tremava, sospeso tra esistenza e silenzio, come una ferita che non voleva guarire. Qualcosa, dall’altra parte, premeva ma non voleva entrare. Forse per ricominciare. Il collasso non fu un’esplosione. Fu un respiro trattenuto troppo a lungo che finalmente si lasciò andare.   I Custodi del Ciclo, coloro che vegliavano senza più ricordare perché, udirono il mutamento prima di vederlo. Compresero il motivo. Non con la mente o con la logica ma con ciò che resta quando ogni spiegazione si arrende.   Il ciclo stava per finire. Quello era l’ultimo strappo. In quel vuoto che si richiudeva su sé stesso nacque qualcosa: l’alba della nuova notte. Fu allora che i Custodi o ciò che ne rimaneva di loro, pronunciarono l’unica frase che attraversò il ...

La Notte rotta

 

Cronache del Ciclo Perduto — Frammento I

Ciclo cosmico: 125

 

L’universo era giunto al termine del suo centoventicinquesimo ciclo.

Il cielo non si spezzava mai. Eppure cedeva, ancora.

L’ultimo strappo tremava, sospeso tra esistenza e silenzio, come una ferita che non voleva guarire.

Qualcosa, dall’altra parte, premeva ma non voleva entrare. Forse per ricominciare.

Il collasso non fu un’esplosione. Fu un respiro trattenuto troppo a lungo

che finalmente si lasciò andare.

 

I Custodi del Ciclo, coloro che vegliavano senza più ricordare perché, udirono il mutamento prima di vederlo.

Compresero il motivo. Non con la mente o con la logica ma con ciò che resta

quando ogni spiegazione si arrende.

 

Il ciclo stava per finire. Quello era l’ultimo strappo.

In quel vuoto che si richiudeva su sé stesso nacque qualcosa: l’alba della nuova notte.

Fu allora che i Custodi o ciò che ne rimaneva di loro, pronunciarono l’unica frase che attraversò il collasso:

«La notte non finisce. Cambia solo forma.»

E così avvenne. Per secoli.

 

L'ultimo Custode, colui che si reggeva in piedi innanzi allo strappo, sollevò lo sguardo verso la ferita che andava rimarginandosi.

Il peso del nuovo silenzio premeva contro le tempie. Non c’era terrore, solo una curiosità rassegnata.

Poi una voce, densa come il vuoto tra le stelle, vibrò nell’aria:

«Pensi che siamo stati noi a rompere il cielo?»

Il Custode scosse il capo, osservando i propri riflessi nell’acqua scura, e rispose:

«No. Il cielo era già fragile, noi abbiamo solo trovato la cucitura. Le pieghe del tempo e dello spazio.»

La voce tornò, più profonda:

«Eppure, ciò che vedi non ha né tempo e né spazio. Solo vuoto pieno di altro vuoto.»

Dalla tasca della sua tunica color argento, il Custode estrasse una clessidra.

«E questa? A cosa mi servirà adesso?»

«A misurare ciò che non può essere misurato.» rispose la voce.

Il Custode, rivolgendo l’oggetto al cielo ormai rimarginato «Allora riprendila. Per me non ha più alcun valore.»

Lo squarcio era scomparso.

 

La voce parlò ancora «Il valore delle cose non risiede nella loro utilità.»

«E in cosa?» chiese il Custode.

 

«In ciò che hanno donato

mentre esistevano.»

 


 

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