Da febbraio lavoro al mio primo romanzo.
È un'avventura che non mi lascia mai davvero, dal giorno in cui l'ho immaginata per la prima volta.
Scrivo. Studio. Cancello. Riscrivo. Poi studio ancora. Rifletto. Lascio sedimentare le idee. Come si dice dalle mie parti, bisogna far "appattare la settanta".
Non è mai facile.
Mi mancavano gli ultimi due capitoli. I più complessi da pensare e da scrivere dell'intero romanzo. Il cerchio l'ho aperto io, e adesso devo essere io a chiuderlo.
Non a caso. Non con un deus ex machina. Non con una soluzione comoda.
Deve esserci una logica. Una conseguenza naturale di tutto ciò che è accaduto prima.
Eppure qualcosa mi sfuggiva. Lo sentivo.
Quando ti ritrovi in un labirinto costruito dalla tua stessa fantasia, e quel labirinto pretende di avere una sua coerenza, esiste un solo modo per uscirne: fare domande.
Tante domande.
E per ognuna trovare una risposta.
Per fortuna, stavolta è successo.
Dove?
Sotto la doccia.
L'acqua ha uno strano potere: porta via il superfluo e lascia emergere l'essenziale.
E così è stato.
All'improvviso ho trovato ciò che cercavo.
Dovevo soltanto scriverlo.
Una sdraio sotto il cielo. Un paio di auricolari. La musica giusta.
Questi sono stati gli ingredienti segreti.
E in mezzo a milioni di parole possibili, finalmente ho trovato il finale.
Finalmente.
Un passo è fatto. Adesso occorre farne degli altri.
Altrettanto importanti.

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