Qualche giorno fa mi trovavo disteso sul mio SUP, lasciandomi cullare dal mare. Sopra di me, tre nuvole scorrevano nel cielo come se si rincorressero. Una raggiungeva l'altra, per un istante si confondevano, poi tornavano a separarsi. Si allungavano, si sovrapponevano, cambiavano forma. Sembravano carte nelle mani di un prestigiatore. Le mescolava il vento. Le guardavo cercando di seguirne i movimenti, quasi volessi capire quale sarebbe finita davanti, quale sarebbe scomparsa dietro le altre, quale forma avrebbero assunto un istante dopo. Poi ho pensato alla scrittura. Forse un narratore dovrebbe saper fare esattamente questo. Prendere gli elementi di una storia, mostrarli al lettore, mescolarli davanti ai suoi occhi e lasciargli credere, per un momento, di aver capito il trucco. Perché il prestigiatore non vince quando nasconde una carta ma quando ti convince di sapere dove si trova. Il lettore non legge soltanto. Prevede. Quando leggiamo una storia, facciamo qualcosa di molto più...
Si racconta che il primo a scrivere storie fosse un uomo a cui la propria vita stava stretta. Forse era stato tradito. Forse non era mai stato amato. O forse nessuno lo aveva mai visto davvero. Così inventò qualcuno che fosse migliore di lui. Gli diede coraggio quando lui aveva paura. Gli fece vincere ogni battaglia. Gli regalò il rispetto che non aveva mai ricevuto e l'amore che aveva sempre cercato. Quando terminò il racconto, sorrise. Finalmente esisteva un uomo capace di vivere la vita che lui aveva soltanto immaginato. Ma il primo lettore, dopo aver chiuso l'ultima pagina, gli disse: «Quale uomo attraversa il mondo senza essere sconfitto almeno una volta?» Un altro aggiunse: «Non sembra vivo. Sembra una macchina.» Quelle parole gli rimasero addosso più delle lodi che non aveva mai ricevuto. Passò molto tempo senza scrivere. Finché un giorno qualcuno bussò alla sua porta. Era un'anziana donna. Non disse il suo nome. Posò sul tavolo un foglio bianco, una piuma e un calam...