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Il lettore guarda sempre la mano sbagliata

Qualche giorno fa mi trovavo disteso sul mio SUP, lasciandomi cullare dal mare. Sopra di me, tre nuvole scorrevano nel cielo come se si rincorressero. Una raggiungeva l'altra, per un istante si confondevano, poi tornavano a separarsi. Si allungavano, si sovrapponevano, cambiavano forma. Sembravano carte nelle mani di un prestigiatore. Le mescolava il vento. Le guardavo cercando di seguirne i movimenti, quasi volessi capire quale sarebbe finita davanti, quale sarebbe scomparsa dietro le altre, quale forma avrebbero assunto un istante dopo. Poi ho pensato alla scrittura. Forse un narratore dovrebbe saper fare esattamente questo. Prendere gli elementi di una storia, mostrarli al lettore, mescolarli davanti ai suoi occhi e lasciargli credere, per un momento, di aver capito il trucco. Perché il prestigiatore non vince quando nasconde una carta ma quando ti convince di sapere dove si trova. Il lettore non legge soltanto. Prevede. Quando leggiamo una storia, facciamo qualcosa di molto più...

Il lettore guarda sempre la mano sbagliata

Qualche giorno fa mi trovavo disteso sul mio SUP, lasciandomi cullare dal mare. Sopra di me, tre nuvole scorrevano nel cielo come se si rincorressero. Una raggiungeva l'altra, per un istante si confondevano, poi tornavano a separarsi. Si allungavano, si sovrapponevano, cambiavano forma.

Sembravano carte nelle mani di un prestigiatore. Le mescolava il vento.

Le guardavo cercando di seguirne i movimenti, quasi volessi capire quale sarebbe finita davanti, quale sarebbe scomparsa dietro le altre, quale forma avrebbero assunto un istante dopo.

Poi ho pensato alla scrittura. Forse un narratore dovrebbe saper fare esattamente questo.

Prendere gli elementi di una storia, mostrarli al lettore, mescolarli davanti ai suoi occhi e lasciargli credere, per un momento, di aver capito il trucco.


Perché il prestigiatore non vince quando nasconde una carta ma quando ti convince di sapere dove si trova.

Il lettore non legge soltanto. Prevede.

Quando leggiamo una storia, facciamo qualcosa di molto più complesso che mettere in fila le parole scritte da qualcun altro. Costruiamo continuamente ciò che ancora non esiste.

Ogni informazione modifica il film che stiamo proiettando nella nostra testa. Un personaggio mente e cominciamo a sospettare. Una porta viene chiusa e immaginiamo qualcuno che prima o poi dovrà aprirla. Un oggetto apparentemente insignificante viene nominato due volte e smette di essere insignificante.

Il lettore raccoglie informazioni, stabilisce relazioni, formula ipotesi e infine, prevede.

Credo che sia proprio qui che cominci il lavoro del narratore-prestigiatore.

Immaginiamo che una storia sia una collina. Il lettore parte dal basso e comincia a salire. Non può vedere cosa ci sia dall'altra parte, ma vede il sentiero, gli alberi, qualche impronta nel terreno. Forse intravede del fumo oltre la cima. Con quegli elementi costruisce una previsione.

«Quando arriverò lassù, troverò un rudere abbandonato o alcuni resti di un'antica civiltà.»

Lo scrittore, invece, è già stato in cima. Sa cosa c'è dall'altra parte. E soprattutto sa quale panorama vuole mostrare al lettore quando finalmente raggiungerà il punto più alto.

È qui che entra in gioco la preparazione. Un colpo di scena efficace non nasce nel momento in cui viene rivelato. Nasce molto prima.

Lo scrittore deve preparare ciò che il lettore vedrà dalla cima della collina mentre il lettore si trova ancora a valle. Deve piantare gli alberi. Lasciare le impronte. Far salire quel filo di fumo. Ma deve farlo in modo che tutti questi elementi sembrino raccontare una storia diversa.

A, B e C. Possiamo ridurre il gioco a tre lettere.

Il narratore costruisce A: gli eventi, gli indizi, le relazioni, le informazioni che compongono la storia.

Il lettore osserva A e costruisce B.

B è la sua previsione.

È il film mentale di ciò che pensa troverà oltre la collina. Ed è importante capire una cosa: il narratore non dovrebbe necessariamente imporre B. Il trucco è molto più elegante quando è il lettore stesso a costruirlo.

Gli indizi gli appartengono. La conclusione è sua. A quel punto il narratore può avvicinarsi al cilindro. Il lettore sa già cosa dovrebbe uscirne: un coniglio.

Il narratore infila la mano. Niente. Il cilindro è vuoto. Per qualche istante il film mentale del lettore si spezza.

B non funziona più. Ed è proprio in quello spazio che compare C.

La soluzione reale. Il colpo di scena non dovrebbe distruggere il film

Qui, però, c'è una differenza enorme tra sorprendere il lettore e prenderlo in giro.

Se C contiene informazioni che il narratore non aveva mai reso disponibili, possiamo certamente ottenere sorpresa. Ma è una sorpresa povera.

È facile vincere una partita quando soltanto uno dei giocatori conosce le regole.

Il colpo di scena più soddisfacente fa qualcosa di diverso: costringe il lettore a rimontare mentalmente ciò che ha già visto.

Cambia il significato di A. Le impronte erano davvero lì. Il fumo era davvero lì. Gli alberi erano davvero quelli. Era l'interpretazione a essere sbagliata.

Ed ecco perché, dopo alcuni grandi colpi di scena, proviamo una sensazione apparentemente contraddittoria:

«Non potevo immaginarlo.» seguita quasi immediatamente da: «Eppure era tutto lì.»

Quello è il momento in cui il trucco riesce.

La misdirection

I prestigiatori hanno un termine meraviglioso per tutto questo.

Non significa semplicemente nascondere.bSignifica dirigere l'attenzione.

Mentre una mano compie il movimento decisivo, l'altra ci offre qualcosa di più interessante da guardare.

Un narratore può fare la stessa cosa. Può mostrarci C molto prima della rivelazione, purché riesca a convincerci che appartenga a B. 

Un dettaglio può essere vero e portarci comunque alla conclusione sbagliata.


Un personaggio può pronunciare una frase perfettamente sincera che noi interpretiamo male. Un oggetto può trovarsi esattamente dove dovrebbe trovarsi e assumere il proprio significato soltanto cento pagine dopo.

Il narratore non ha mentito. Non ha ingannato nessuno. Siamo stati noi a completare ciò che mancava.

Ed è forse questa la forma più elegante di prestigiazione narrativa: non nascondere il coniglio. Nascondere il significato del coniglio.

Arrivare in cima. 

Alla fine il lettore raggiunge la cima della collina. Per tutto il viaggio ha immaginato ciò che avrebbe trovato dall'altra parte. Poi alza gli occhi. Il panorama è diverso ma se il narratore ha fatto bene il proprio lavoro, quel panorama non gli sembrerà estraneo.

Soltanto allora comprenderà che non erano stati messi lì per condurlo dove pensava. Erano stati messi lì per prepararlo a ciò che sta vedendo adesso.

Forse è questa la differenza tra un colpo di scena e un buon colpo di scena.

Il primo cambia ciò che accade. Il secondo cambia ciò che credevamo fosse accaduto.

Il prestigiatore apre la mano. La carta che cercavamo non è lì. Poi sorride. Perché, in realtà, ce l'aveva mostrata molto tempo prima e non ce eravamo accorti.



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