Si racconta che il primo a scrivere storie fosse un uomo a cui la propria vita stava stretta.
Forse era stato tradito. Forse non era mai stato amato. O forse nessuno lo aveva mai visto davvero.
Così inventò qualcuno che fosse migliore di lui. Gli diede coraggio quando lui aveva paura. Gli fece vincere ogni battaglia. Gli regalò il rispetto che non aveva mai ricevuto e l'amore che aveva sempre cercato.
Quando terminò il racconto, sorrise.
Finalmente esisteva un uomo capace di vivere la vita che lui aveva soltanto immaginato. Ma il primo lettore, dopo aver chiuso l'ultima pagina, gli disse:
«Quale uomo attraversa il mondo senza essere sconfitto almeno una volta?»
Un altro aggiunse:
«Non sembra vivo. Sembra una macchina.»
Quelle parole gli rimasero addosso più delle lodi che non aveva mai ricevuto.
Passò molto tempo senza scrivere. Finché un giorno qualcuno bussò alla sua porta. Era un'anziana donna. Non disse il suo nome.
Posò sul tavolo un foglio bianco, una piuma e un calamaio. Poi gli sfiorò il petto con il bastone.
«Non riscrivere lui» disse.
«Riscrivi te.»
L'uomo abbassò lo sguardo.
«Ogni storia nasce da un conflitto. Qual è il tuo?»
Per molto tempo il foglio rimase bianco. Poi l'inchiostro iniziò a scorrere. Quella volta il protagonista ebbe paura.
Fallì. Perse. Dubitò di sé.
Proprio quando l'autore smise di proteggere il suo eroe, i lettori iniziarono ad amarlo. Perché una storia non nasce dall'eroe che vorremmo essere.
Nasce dalla ferita che abbiamo il coraggio di raccontare. Perché non ci spaventa ciò che non capiamo, ma ciò che, all'improvviso, iniziamo a riconoscere.

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