Ci sono giorni in cui scriviamo perché abbiamo qualcosa da dire. Altri in cui scriviamo per scoprire se abbiamo qualcosa da dire.
Ieri apparteneva decisamente alla seconda categoria.
L'appuntamento era in spiaggia, insieme a un gruppo di ragazzi e ragazze del Newbookclub di Palermo. Prima di cominciare abbiamo fatto quello che, considerata la temperatura di agosto, sembrava molto più urgente della letteratura: un bagno Rinfrescante. Rigenerante.
Poi siamo tornati sulla spiaggia. Ad aspettarci non c'erano lezioni sulla costruzione del personaggio, strutture in tre atti, archetipi, punti di svolta o regole da seguire. C'erano tre tracce e un foglio ancora bianco.
Scrivere insieme
Il Newbookclub nasce da un'idea diventata, nel 2021, un'associazione di promozione sociale. Al centro delle sue attività ci sono i laboratori di Scrittura di Comunità: persone di età, esperienze, provenienze e percorsi differenti si incontrano in spazi aperti alla cittadinanza per fare una cosa antichissima e molto semplice: raccontare storie.
Non importa quale sia il proprio rapporto con la scrittura. L'obiettivo non è stabilire chi sappia scrivere meglio.
È creare uno spazio nel quale scrivere ed essere ascoltati, facendo della parola un'occasione di incontro. La libera espressione, l'ascolto e la condivisione diventano così strumenti per mettere in comunicazione differenze che normalmente potrebbero non incontrarsi.
Mi piace soprattutto un'immagine contenuta nel loro manifesto: ogni persona è un nuovo capitolo che si aggiunge alla storia della comunità.
Quel pomeriggio, il nostro capitolo sarebbe cominciato sulla sabbia.
Tre tracce
Uno starter ha letto le proposte.
La prima era una domanda:
«Quando ho cominciato a scegliere come vivere le mie giornate?»
La seconda arrivava da Fahrenheit 451 di Ray Bradbury:
«Ma perché leggono?! È perversione bella e buona. A proposito, che cosa fai, Montag, nei giorni liberi?»
«Non molto, signore. Falcio il prato.»
«E se fosse proibito anche quello?»
«Lo guarderei crescere.»
La terza conteneva soltanto una frase:
«Spero che una stella mi cada in testa.»
Bisognava sceglierne una. Senza paletti. Forse è proprio quel senza paletti ad avermi fregato.
Ne ho elaborate due, invece.
E giunsi sulla spiaggia
Ho cominciato dalla prima.
Quando ho cominciato a scegliere come vivere le mie giornate?
Avrei potuto cercare una risposta nella memoria. Individuare un momento preciso della mia vita, raccontare una scelta, una rinuncia, un cambiamento Non l'ho fatto o, almeno, non consapevolmente.
Ho cominciato a scrivere ed è arrivato il mare.
Ho un ricordo
o forse un sogno,
che ritorna sbiadito
come un riflesso del mio passato.
Nelle notti di mezza estate,
mi trovai in riva al mare,
sotto la luce bianca della luna.
Posavo un passo avanti l'altro,
i piedi che premevano sulla sabbia.
Mi voltai.
Un'onda,
nera come la pece,
cancelló le mie orme.
Capii che il mio passato
non era destinato a vivere nel tempo
ma forse avrei potuto decidere dove andare.
Quale strada percorrere.
Sebbene il canto del mare
fosse ammaliante,
mi allontanai da esso.
Dopo cento passi,
mi voltai, ancora.
Le mie orme erano lì,
visibili, profonde, perfette.
In quella notte di mezza estate,
capii come scegliere di vivere,
quel giorno e quelli a seguire.
Le cose belle,
a volte,
vanno lasciate
al loro destino.
Noi avremo il nostro.
È nato così e così è rimasto.
Non mi interessa correggerlo oggi, con la comodità della scrivania e tutto il tempo necessario per interrogare una parola, sostituirne un'altra, sistemare un verso. Non era quello l'esercizio.
La cosa interessante, almeno per me, è un'altra: quando ho iniziato a scrivere non conoscevo quella risposta. È arrivata scrivendo.
A volte sappiamo cosa vogliamo raccontare e cerchiamo le parole adatte per farlo. Altre volte troviamo le parole e scopriamo soltanto dopo cosa volevamo raccontare.
Poi Montag impugnò una spada
Avrei potuto fermarmi, invece continuava a incuriosirmi quella seconda traccia.
Montag falcia il prato. Gli viene chiesto cosa farebbe se gli fosse proibito persino quello.
«Lo guarderei crescere.»
Quattro parole.
Questa volta, però, non sono andato verso un ricordo. Sono andato da tutt'altra parte.
«Ma perché leggono?! È perversione bella e buona. A proposito, che cosa fai, Montag, nei giorni liberi?»
«Non molto, signore. Falcio il prato.»
«E se fosse proibito anche quello?»
«Lo guarderei crescere.»
«Bravo, Montag. Congratulazioni per la tua promozione.»
«Grazie, mio signore.»
Montag impugnò l’elsa della spada e la porse a Kaleg.
«Le persone leggono per vedere il proprio prato crescere anche quando non possono falciarlo. È l’immaginazione, mio signore.»
«Che spreco di tempo.»
Montag lo guardò.
«Leggere, dico. E anche falciare il prato.»
«Perché dite questo?»
«Tutto ciò che non riguarda il cavalcare e il cacciare draghi, per me è uno spreco di tempo.»
«Mio signore, e se vi dicessi che leggere una storia è come cavalcare il destriero più bello del mondo e cacciare il drago più temibile, restando seduti all’ombra di una grande quercia? Cosa rispondereste?»
Kaleg ci pensò.
«Che mi perderei tutto il divertimento.» Fece una pausa. «Ma se tutto ciò fosse possibile nella tua storia, direi che è una buona storia da raccontare. E di certo non la proibirei.»
Montag sorrise.
«Allora provate, signore.»
Rovistò nella sacca. Si guardò intorno.
Poi estrasse un piccolo libro.
«Provate, mio signore.»
Glielo porse.
«Ma non ditelo a nessuno.»
Montag era finito in un mondo di cavalieri e draghi. Non avevo programmato neppure questo. Soltanto dopo, ripensando ai due testi, mi sono accorto di avere percorso due direzioni opposte.
Con la prima traccia ero andato dentro.
Con la seconda ero andato altrove.
Ero partito, però, esattamente dallo stesso posto. Da qualcosa che ancora non esisteva.
Dalla pagina alla voce
La giornata non è terminata sulla spiaggia.
Più tardi ci siamo spostati a casa di uno dei ragazzi dell'associazione. Abbiamo cenato insieme e poi è arrivato il momento che, a pensarci bene, completa davvero questo tipo di esperienza.
Ci siamo messi ad ascoltare. Uno alla volta, ognuno ha letto ciò che aveva scritto. È una cosa molto diversa dal pubblicare.
Quando pubblichiamo qualcosa, tra noi e chi leggerà esiste una distanza. Non sappiamo dove si trovi, che espressione abbia, se sorriderà, se una frase lo farà fermare oppure se dopo tre righe deciderà di fare altro.
Quando leggi davanti a qualcuno, quella distanza scompare. Le parole escono dalla pagina attraverso la tua voce e arrivano a pochi metri da te.
Poi accade la cosa forse più importante: tocca a te tacere.
Ascolti ciò che la stessa traccia ha generato nella testa di un'altra persona. Una domanda diventa poesia.
Una frase diventa racconto. Un'immagine diventa ricordo.
Qualcun altro prende la stessa manciata di parole che avevi davanti tu e finisce in un luogo che non avresti mai immaginato.
Forse è qui che comprendo meglio l'idea di Scrittura di Comunità.
Non nello scrivere tutti la stessa cosa ma nello scoprire quante cose diverse possono nascere dallo stesso punto di partenza.
Un prato, un'onda, una spada
Quando sono tornato a casa, quei due piccoli testi esistevano, qualche ora prima no.
Non avevo deciso di scrivere di un'onda che cancella delle orme. Non avevo programmato di mettere una spada nelle mani di Montag.
Sono arrivati e forse è proprio questo uno degli aspetti della scrittura che rischiamo di perdere quando cominciamo a conoscerla troppo bene.
Studiamo, progettiamo,cerchiamo la parola migliore. Impariamo strutture, tecniche, regole. Torniamo sulle frasi fino a quando non assumono la forma che avevamo immaginato.
Tutto necessario ma ogni tanto è bello dimenticarsene.
Sedersi davanti al mare con un foglio bianco e concedersi il lusso di non sapere dove andare.
Poi scrivere la prima parola e vedere cosa succede.
Potrebbe comparire un prato, un'onda, o una spada.
O magari qualcosa che, fino a quel momento, non sapevamo nemmeno di avere dentro.

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