Ero in macchina. Stavo guidando. Non ricordo dove stessi andando di preciso.
Mentre guido mi faccio parecchie domande.
Tra le tante, quella che mi ha fatto riflettere è stata:
"Se sapessi che il mio prossimo romanzo verrà letto da appena cento persone, lo scriverei comunque?"
Non ho risposto subito. Poi ho tratto la seguente conclusione:
Il fatto che l'uomo non possa prevedere il futuro è un dono. Non il contrario.
Se sapessi con certezza che il romanzo sarà letto da cento persone, potrei anche decidere di non scriverlo.
Se sapessi con certezza che venderà un milione di copie, rischierei di scriverlo per il motivo sbagliato.
Il fatto che io non possa conoscere il futuro mi lascia una sola cosa: la possibilità.
Ogni pagina che scrivo è una scommessa contro l'ignoto.
E, in fondo, è proprio così che funziona la narrativa.
Un personaggio parte per un viaggio perché non sa come finirà. Se conoscesse già ogni risposta, non esisterebbe alcuna storia.
Se Tolkien avesse risolto la distruzione dell'unico anello per il tramite delle aquile, non avrebbe mai scritto Lord of the Rings.
Forse vale anche per noi.
Non scriviamo perché sappiamo che qualcuno ci leggerà. Scriviamo perché potrebbe accadere.
Perché, magari, tra dieci anni un lettore aprirà il libro in una libreria, in un aeroporto o in una notte insonne e penserà: "Era il libro di cui avevo bisogno."
Io oggi non puoi saperlo. Ed è proprio questa incertezza a rendere possibile continuare.
L'incertezza non è il limite dei sogni. È lo spazio in cui possono esistere.
Se conoscessimo già il finale della nostra storia, probabilmente smetteremmo di scriverla.
Non è il futuro a scrivere le nostre storie. È il fatto di non conoscerlo.

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